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domenica 3 febbraio 2008

Chirurgia conservativa


Negli anni ’70, dopo un periodo in cui la chirurgia della mammella aveva pensato di risolvere il controllo locale della malattia con un approccio sempre più aggressivo, come conseguenza di una migliore conoscenza della storia naturale della neoplasia, si è avuto un viraggio a 360° di tutta la strategia.
Nel 1972, all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, ho partecipato in prima persona, ad uno dei più importanti
Studi clinici controllati per tumori di piccole dimensioni, in cui si è confrontato il trattamento tradizionale (mastectomia radicale) con uno più conservativo, rispettoso dell’estetica, ma anche della radicalità oncologica (quadrantectomia + dissezione ascellare + radioterapia sulla mammella QU.A.RT.). A distanza di alcuni anni, i risultati, hanno confortato questa ipotesi di lavoro, confermando che non vi era alcuna differenza tra i due trattamenti riguardo la sopravvivenza globale, con una percentuale del 7% di recidive locali, che non influenzavano, d’altra parte la mortalità ( Trial Milano 1). Se il risultato oncologico era corretto, non altrettanto lo era quello cosmetico, dal momento che l’ampia exeresi mammaria non garantiva un risultato estetico soddisfacente, per cui ci siamo domandati se una chirurgia più rispettosa era altrettanto efficace.
Per rispondere a questa esigenza, nel 1980 abbiamo disegnato un secondo studio ( Trial Milano 2), in cui si è confrontata la QU.A.RT., a questo punto diventata goal standard con un trattamento più ridotto a livello mammario ( tumorectomia + dissezione ascellare T.A.RT.). In considerazione della diminuzione della chirurgia mammaria la radioterapia è stata modificata associando un tempo di brachiterapia alla tradizionale radioterapia dall’esterno. Anche in questo secondo studio non abbiamo osservato differenze statisticamente significative ma solo un discreto aumento delle recidive locali.
L’impianto concettuale della chirurgia conservativa, veniva confermato ma rimaneva da rispondere ad un ultima domanda: la quadrantectomia, intervento ampio e distrettuale doveva necessariamente essere associato alla radioterapia, oppure, era di per sè già oncologicamente corretta e sufficiente? Venne quindi programmato un ulteriore studio, in cui la QU.A.RT. fu confrontata con la stessa chirurgia senza radioterapia ( QU.AD.). Il risultato finale non si discostò dai precedenti per quanto riguardava la sopravvivenza globale, ma evidenziò un ulteriore aumento delle recidive locali.
Una osservazione di vent’anni ha confermato questi dati.
A termine di questo ciclo di studi clinici controllati, statisticamente corretti, siamo arrivati alla conclusione che per tumori monofocali di dimensioni non superiori ai 2.5 cm., il trattamento ottimale è la QU.A.RT., la cui effettuazione deve essere affidata a chirurghi esperti ed addestrati.
Roberto


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venerdì 18 gennaio 2008

Etica e denaro

Una persona che riceve una diagnosi di neoplasia diventa psicologicamente vulnerabile e facile preda della cupidigia di medici che, apparentemente caritatevoli, ma in realtà affamati di denaro, prospettano una lunga attesa nelle liste pubbliche mentre offrono una rapida soluzione dell’urgente problema oncologico privatamente. Come valutare questi medici, queste strutture, anche primarie nel panorama nazionale? E’ questa l’etica così sbandierata nei media? E’ questo l’insegnamento di guru della medicina alle giovani leve che stanno iniziando la professione?

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martedì 15 gennaio 2008

Il testamento biologico

La salute è un diritto fondamentale ed il consenso informato dell’interessato rappresenta un riferimento ineliminabile, mancando il quale nessuna attività che riguardi la salute della persona può essere legittimamente intrapresa.
Il testamento biologico è una decisione presa da una persona perfettamente lucida, che indica il modo in cui vuole essere trattata in futuro, qualora si trovi in condizioni estreme e sia divenuta incapace di intendere e volere.
L’articolo 32 della Costituzione Italiana fornisce una nitida luce: la salute è diritto fondamentale dell’individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari e la legge non può mai violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Al centro del nostro sistema giuridico è la persona con la sua volontà, non più paziente sottoposto al volere del medico, ma soggetto consapevole al quale competono le decisioni che riguardano i drammi dell’esistere.
La formula della indisponibilità della vita contrasta con i dati che dimostrano, che, ormai i casi in cui attraverso il legittimo rifiuto di cure, la persona dispone in modo autonomo della propria vita.
Nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario.
Nessuno può imporre la prigionia della sofferenza.